Ma è come se mio non lo fosse mai stato e lo fosse stato sempre.
Come credo che siamo stati “noi” da lontano per così tanto tempo che ci siamo abituati a comunicare attraverso gli occhi e i sorrisi imbarazzati.
Come la netta sensazione d’aver perduto la cosa migliore che potesse capitarmi senza averla mai avuta, anche se credo d’averla avuta più di chiunque altro.
Che Parigi non è così lontata, che siamo pur sempre sotto lo stesso cielo, che proprio non l’ho capito cosa va a studiare là, che dice che quello che l’ha colpito di me è “quella cosa che fai lì quando, da lontano, mi cerchi con lo sguardo e non mi abbandoni un secondo” “strano, è la stessa cosa che mi ha colpito di te”, che proprio non si possono dimenticare occhi buoni e profondi come quelli.
Che sarà, è solo Parigi, è solo stata la fine e l’inizio insieme di un instante che avevamo già dentro tutti e due.

È arrivato quel preciso momento in cui ogni canzone che ascolti ti uccide, ogni parola sembra entrarti dentro e andare a sbattere contro ogni organo vitale.
Ma anche stavolta non hai avuto il coraggio di inventarti un addio e allora mi è toccato sognarlo.
Questi sbalzi d’umore e d’amore rendono i miei occhi stanchi, la mia speranza fragile e il mio coraggio debole. Ma è questa la mia la malattia, sono condannata alla logorante idea di non arrendermi e andare avanti sempre anche se si tratta di andare a sbattere contro un muro “che prima o poi lo butto giù”, anche se è il muro che piano piano rischia di buttare giù me.
Vorrei imparare a nascondermi in una dimensione senza tempo e spazio dove il peso di tutte le piccolezze non si faccia sentire, vorrei.. ma da quando ho sconfitto l’apatia non riesco ad abbandonare questo spaventoso mondo “un po’ contro natura”.

Ma poi nessuno viene a salvarti. Sie tu da sola che decidi di tirarti su, di vivere. Perché? Sono finite le sigarette, forse. O forse è una sfida col mondo che non ti manda nessuno a salvarti e allora sei te da sola che devi salvarti.

C’ero io, c’eri tu, c’eravamo noi. E poi più niente. Più niente.

Ma che rumore fa una persona quando cade a pezzi?

Mal di stomaco a palate.

Ma oggi ho provato a mettere da parte quello che provo e mi sono data delle buone ragioni per chiudere: per esempio il magone che ho alla bocca dello stomaco, che mi fa venire voglia di piangere e mi fa raccontare cazzate ai miei; oppure il sentirmi in dovere di essere sempre brillante o perfetta, e non poter essere libera di essere il disastro che sono in realtà. Un’ottima ragione è anche il modo in cui mi sento in difetto con te, in cui non mi sento mai abbastanza per te.. il modo in cui non sono Lei.
Nel corso di questi anni ci sono state così tante Lei che ormai ho perso il conto. Io sono sempre stata l’Altra, quella che non sembrava mai scelta ma capitata, quella con cui si decide di smettere ma mai di iniziare, quella a cui si può concedere giusto un abbraccio in pubblico che “non sono tipa da smancerie” più per paura di non riceverle che di altro, quella da cui si rimane fino alle 4 a confessarsi e mai quella che si porta fuori a cena, quella a cui non si perdona alcuna insicurezza mai il starle vicino in un attimo di sconforto.
È sempre di Lei che sei platealmente innamorato, di cui parli agli amici e con cui fai progetti di vita. Io sono quella che si vive di giorno in giorno, senza pretese e senza certezze. Sono quella che non merita niente ma rimane costante negli anni.

Della serie che se finisse il mondo e potessi fare una chiamata l’ultima voce che vorrei sentire sarebbe la tua e troverei la segreteria.

Sto provando a fare a meno di questi dettagli così che il dirti addio sia più facile e faccia meno male.
Preparare insieme il pranzo, io che scelgo cosa mangiare e tu che lo cucini. La pace della tv spenta. Pranzare mentre mi racconti quanto sono una ex ragazza modello, l’unica che abbia mamtenuto la promessa di rimanere. Finire di chiacchierare mentre io faccio pipì e tu ti lavi le mani e poi scambiarsi di posto.
Fare l’Amore. I commenti che lasciano il tempo che trovano “Forse dovremmo smetterla..” “Vuoi finirla?” Non rispondi ma continui a baciarmi.

Ma stai tranquillo, ne siamo fuori. Ora puoi tirare un sospiro di sollievo e lasciare che tutta la nostalgia fluisca. Puoi tutto.. tutto quanto. Ma non “puoi” più me.

È pesante sentirmi ancora randagia

Un mio amico d’infanzia ha fatto la maturità e a fine estate partirà per Londra.Qualche giorno fa abbiamo chiacchierato di quanto sia importante seminarsi qualcosa dietro che ti dia una ragione per fare ritorno a casa quando si parte. Un affetto o un qualcosa che tu senta il bisogno di rivedere, una buona ragione per prendere aerei o spendere soldi in regali, qualcosa per cui il tuo cuore continua a battere anche distanza.

Così ho pensato al fatto che io non mi sento a casa mia da nessuna parte: un po’ a causa della separazione dei miei, un po’ per la mia paura di appartenere a qualcuno, una volta ero convinta che il mio posto nel mondo fosse tra le braccia di una determinata persona. Ho sbagliato tutto quanto.
So bastarmi, io sto bene con me e sono un’ ottima compagna di viaggio per me stessa.
Ma sono pur sempre randagia.

Di solito è al contrario:
Uno parte dal nido e viaggia per trovare sè stesso.
Invece ci sono io, che sono da sempre la mia certezza e da sempre il mio punto di partenza, alla ricerca di un posto nel mondo da poter chiamare “casa”.

Non so se ho seminato abbastanza perché valga la pena tornare, alla fine non so neanche dove tornare.
E il mio amico lo stesso, non credo tornerà più.

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